Sei una principessa o una guerriera?
Siamo sempre state obbligate a scegliere, condizionate dalla linea netta che divide i due stereotipi: principesse o guerriere.
Le principesse sono state disegnate con visi dolci e pelli candide, delicate. Indifese, passano giorni al telaio contemplando il loro amore ideale, senza altri pensieri o preoccupazioni, con un’attitudine accondiscendente e piena di speranza. Nelle loro immagini non trapela un pensiero, una rimuginazione. Non si domandano della loro posizione, se apprezzata o insoddisfatta. Favole dopo favole in cui si sussegue la stessa forma di femminilità: gentile, docile, in attesa di essere salvata, sicura che la salvezza possa solo derivare dal matrimonio con un principe. Lunghe attese chiuse in una torre, sempre con quel telaio e un bagaglio di preghiere devote.
Dobbiamo aspettare il 1998 per trovare un’eroina che va oltre i canoni della femminilità: Mulan. Nella Cina del VI secolo, una ragazza si intrufola nell’esercito maschile per salvare il padre malato dall’essere arruolato. Mulan, in un contesto come tanti dove le donne dovevano solo stare a casa ed essere cresciute per servire il marito e la famiglia, rompe gli schemi. Guerriera per scelta contro famiglia e antenati, sceglie con la sua testa. Socialmente sbagliata, ribalta la sua sorte liberando la Cina dall’invasione unna, dimostrando che anche una donna poteva avere la forza di ricoprire un ruolo considerato maschile.
Mulan ci racconta che se sei una guerriera, tendenzialmente ti mancano quelle qualità che nel film sono essenziali per diventare una Geisha. Mascolina e indelicata, maldestra e dalle idee stravaganti, lontana dalle qualità considerate femminili. Vogliono farci credere che alle principesse piacesse stare rinchiuse? Nessun pensiero al di fuori dello sperato arrivo del salvatore balenava nelle loro testoline imprigionate? Non avevano ansia? Non soffrivano la solitudine? Non desideravano studiare e andare a scoprire il mondo da sole?
In realtà, qualcuna di loro per diventare principessa ha sudato. E avrebbe lavorato e sofferto tanto per passare da donna libera a statua appartenente a qualcuno? Con vestiti sfarzosi e nessuna voce in capitolo? Ago, filo, balli e ricerca di un marito sono le uniche cose che interessavano a quelle ragazze? Quindi mi volete dire che noi ingenuamente da bambine desideravamo e inconsapevolmente da adulte miriamo a diventare principesse senza pensare realmente se ci basterebbe nella vita essere un quadro prezioso attaccato a una parete con una transenna gialla davanti con scritto “Non toccare”? Questa dovrebbe, secondo le favole e molti politici, essere la nostra massima ispirazione?
Personalmente mi accorsi subito che sarei stata una principessa scomoda. A otto anni avevo le unghie rotte, sporche di terra, che si era insinuata duramente durante la ricerca dei lombrichi nella terra molliccia e che poi da marrone scura era diventata grigiastra e impossibile da rimuovere. Anche io avevo un vestito rosa, ma mi ero sempre sentita goffa a indossarlo. Con gli occhialoni rotondi e le ginocchia sbucciate che comparivano quando facevo la ruota, i commenti delle donne adulte furono la determinata convinzione forgiata, come una spada lima dopo lima, che ero inadatta per quel ruolo. Allora sognavo di fare la contadina che veniva notata dal principe e, dopo l’uscita di Flashdance, il meccanico sperando di diventare una ballerina della Scala. Ero troppo rabbiosa, troppo ribelle, con un taglio da “maschietto”.
Quelli furono gli anni in cui accettai la mia sorte e cominciai a incarnare quello che gli altri vedevano in me: lo stereotipo della “donna maschiaccio”. Dopo un paio d’anni, alla prima comunione, ero vestita da militare e sfidavo il prete con lo sguardo come se volessi fargli intendere che a me non mi fregava con le sue prediche dove i ruoli di principessa devota erano i più ambiti. Guerriera da lì, per tutta la vita. Contro ciò che doveva essere normale, contro l’omologarsi e l’accettazione. Non portava poca sofferenza tutto quel darsi da fare, ma ormai era l’unica strada che conoscevo per me stessa.
Cominciai a lottare per la principessitudine dopo i 20 anni, senza accorgermene desideravo ruoli a cui mi ero allontanata da sempre. Volevo protezione segretamente da chi mi amava? Volevo una famiglia segretamente da chi c’era. Segretamente da me stessa e palesemente per mia madre. Volevo un po’ di quella femminilità che avevo deciso di credere non mi appartenesse e la ricercavo negli stereotipi di cui tutte siamo avvelenate. Inadatta. Le storie finivano, la maternità non era mai arrivata. Inadatta. Avevano ragione loro?
Mi sentivo un soffione spelato dal vento in mezzo ai mille denti di leone capelloni e lucenti. Rimanevo lì, nessuno avrebbe colto uno stelo. Guardavo il sole brillare tra i petali e le farfalle che volteggiavano su tutte all’infuori di me. Che tragica! Sono sempre stata tragica. Lottavo per qualcosa che non esiste concretamente, né tra i fiori, né in natura. Lottavo per essere donna “nel modo giusto”.
L’incarnazione della femminilità non è la principessitudine: quella è una subdola idea del patriarcato che Margaret Atwood esaspera nel suo racconto distopico: “Il racconto dell’ancella”. Dove le donne esistono solo sotto forma di quattro ruoli. Esattamente quei ruoli che una donna femminile dovrebbe ricoprire: le mogli, le governanti, le zie (educatrici) e le ancelle, coloro che esistono solo per procreare senza diritti. Nessuna principessitudine, nessuna guerritudine. Donne come l’oggetto di una disperata società che professa una sopravvivenza che non è altro che morte dell’umanità con le sue sfumature. Mancanza di espressione, sterilità, immobilità, freddezza. La fotografia inquietante del futuro che descrive il libro è espressa nella serie attraverso una pellicola dal sentore antico come i dogmi tradizionali che rimangono come un seme in attesa di paura dentro di noi e particolari intimi moderni che collocano tutto in un futuro prossimo, troppo prossimo.
Si percepisce la precarietà di genere che dovremmo tutelare. La femminilità non risiede nei dogmi dell’essere giuste, ma nella capacità creativa, nella resilienza e nell’impeto che anticipa il cambiamento. Siate madri di ogni essere vivente senza essere biologicamente costrette a esserlo. Siate guerriere senza evitare di sentirvi principesse e siate principesse lottando per ciò che è giusto. Uscite da quella torre con tutte le risorse che avete, rubate un cavallo e andatevi a cercare la vostra identità che si scontri con quella di un altro uomo, di una donna, di un figlio o di un branco. Smettete di essere sterili di coraggio e di idee e non sentitevi obbligate a essere qualcuno e di qualcuno.
Siamo in ritardo sulla tabella di marcia. Ogni donna che rimane in silenzio e non condivide il proprio disagio per paura di essere giudicata o sbagliata è una speranza che muore verso la possibilità di essere donne guerriere, principesse, dolci, arrabbiate… vere! Prendetevi il diritto di vestirvi da principesse e sfoderare la spada, di sporcarvi in una lotta e raccoglierne i fiori. Raccontate chi siete alle vostre figlie, ma soprattutto alle vostre madri.
Non siamo utili all’umanità perché procreiamo, ma perché un film o una favola dove sono le donne che gestiscono il gioco non sarebbe a svantaggio di nessun essere vivente, tanto meno dell’uomo.
Facciamo in modo che non rimangano le pippe mentali di una donna!
Nataly Write



Bello questo pezzo… rispecchia quello che capita spesso in molti paesi del mondo.la contrapposizione principessa vs guerriera mi sembra un po’ troppo rigida però . La storia è piena di figure femminili che nonappartengono a questi schemi, da Giovanna d’Arco a Elizabeth Bennet. Almeno in Occidente, le cose sono cambiate gradualmente… da principessa o ancella ad una giusta via di mezzo tra queste e la guerriera… ovviamente questo è il mio miserrimo parere.