India 2026
Colonna sonora consigliata per la lettura: Jai Ho da Slumdog Millionaire
Ogni volta che saluto l’India è un po’ come quella sensazione che si dice si senta quando lasci “casa”, malinconica. Quando parto da casa mia è come se saltellassi come un grillo, che dalla gabbietta della nonna di Mulan, appena si distrae, scappa verso nuovi orizzonti provocando incidenti e sollevando polveroni. Poi la vecchia, che non è altro che la società, ma più simpatica, ti riacchiappa, ti fa truccare come una Geisha e ti ripete la pappardella delle buone maniere per un po’.
In India non ci sono buone maniere a parte ruttare a fine pasto per dichiarare che hai gradito, togliere le scarpe quando entri al tempio, baciare (metaforicamente per me) i piedi al maestro e usare la mano destra quando mangi perché, si sa, con la sinistra…dai poi ti guardano male!1
Sarà per quello che vado d’accordo con l’India posso sentirmi scomposta e perfettamente a mio agio in un luogo mistico, spirituale, istrionico e dolce.
Perché non sembra, ma l’India è estremamente dolce.
E’la mamma che ti abbraccia quando piangi e ti dà un calcio nel culo quando hai paura, che è un chiaro segnale che deve avere dei figli con luna in sagittario, come me, non a caso.2 
L’ultima volta che atterrai all’ aeroporto di Cochin era il 2022. Mi ero sposata da pochi mesi, avevo lasciato il lavoro con non pochi drammi familiari e pesavo 43 Kg. Non che adesso ne pesi molti di più, ma vi assicuro che sono in salute. Dopo il Panchakarma ho ripreso colore, che ha dissolto quelle profonde linee scure sotto gli occhi che delineavano il confine tra il troppo lavoro e la sopravvivenza.
In quell’occasione feci il terzo e ultimo corso di Pratica Ayurvedica presso una clinica di Thrissur per due settimane, poi vi attaccai il mio primo Panchakarma, che mi fece riprendere 3 Kg che andarono tutti in testa. Tipo capocchione da Stewie Griffin e mi si addiceva: genio megalomane con una vena autodistruttiva e teatrale.
A seguito dell’esperienza mi diede la lucidità per una serie di scelte che per qualcuno sarebbero state giganti cazzate, sempre alla Stewie, ma che si rivelarono nel tempo la spinta per cambiare la mia vita. Quindi “Sti cazzi!”.
Di quella prima esperienza in un ospedale Ayurvedico c’è un reperto storico scritto: “Room 15” nel mio sito di lavoro.3
Un giorno a cavallo tra la fine del corso e l’entrata in clinica, andammo, con alcune colleghe, a un’oretta di Taxi da Thrissur, da quello che si diceva l’astrologo vedico di Deep Chopra.4
L’astrologo vedico, in India è chiamato Jyotishi e il suo percorso di studi non è un divertimento o uno studio laterale, ma la materia è una delle sei discipline ausiliarie ai Veda5. E’uno studio universitario che comprende una triennale, una specialistica e un dottorato. Matematica complessa; cosmologia, insomma gli fa una pippa a Paolo Fox.
Quando la prima ragazza del nostro gruppetto uscì dalla piccola porta in legno, ci disse che l’astrologo diceva la data di morte. Cominciammo tutte a “cagarci sotto”. Se appena arrivate si discuteva per chi sarebbe entrata per prima, perchè tutte volevano evitare che finisse l’orario di visite prima del proprio turno, adesso si gareggiava per mettersi all’ultimo posto.
Entrammo tutte.
Parlava un inglese incomprensibile e Barbara, molto più pratica con la lingua, entrò con me per aiutarmi nell’impresa di capire tutto bene bene. Mi disse molte cose confuse tra cui che avrei avuto uno scriccoto a 72 anni, ma mi sarei ripresa. Questo me ne dava ancora 36, l’età che ho adesso, per starmi serena serena. Superato quello avrei passato gli ottanta come un filo di gas. (Oltre gli ottanta anni dice di non vedere). Vabbè finisce sempre che mi dilungo. Il punto è che mi disse che non sarei tornata in India per qualche anno, il che mi lasciò perplessa perché tutti gli anni, ormai ero diventata un’habitué. Ne sono passati quasi 4, aveva ragione lui.
E’ il 31 dicembre 2025 ho chiuso l’anno lasciando le chiavi di casa sul tavolo in pietra nera. Il vaso, al centro, aveva vissuto di fiori di campo, che raccoglievo nelle diverse stagioni e che trasformavano quel luogo sempre in un posto diverso. Adesso era vuoto. Mi guardava con rassegnazione e soddisfazione, come quando saluti tua nonna che fino all’ultimo ha pregato che tu non partissi per quel nuovo viaggio. Nel suo modo di vedere le cose non aveva altro paragone che quando un uomo partiva per il fronte e non sapevi se mai sarebbe tornato. Così viveva le partenze sempre in modo un po’ straziante alla “Disperato” di quel palloso di Masini.
Lasciavo casa mia dopo 12 anni. Lasciavo una parte profonda e viscerale di me, con cui avevo condiviso tutto e che mi aveva portato ad essere quella che sono. Se i muri avessero potuto scrivere quella storia ne sarebbe uscito un romanzo degno di pubblicazione, non questi mediocri articoletti che rimarranno incollati alla mia speranza di combinarci qualcosa. Io e lei ci eravamo conosciute disabitate e senza una vera identità e ne eravamo uscite arredate di buon gusto e con un valore decisamente più alto. Accesi la candela al centro della stanza, scrissi le mie memorie, la mia gratitudine e firmai “Ti amo. Naty”. Meditai svariate ore e quando mi sentii in pace, con la sensazione che lei mi stesse cingendo in un grande abbraccio, bruciai il foglietto. Lasciai le chiavi sul tavolo e uscii dalla porta in vetro che illuminava la cucina. Le foglie secche sotto i piedi che ad ogni passo mi allontanavano, scricchiolavano il ritmo di una canzone di addio, il prato era completamente inespressivo e tutto raccontava la fine di un ciclo.
Era il 1 gennaio 2026 ed era tutto finito! Le carte del divorzio erano state depositate; la causa sulla casa vinta dopo 4 anni di avvocati; la relazione sulle montagne russe che mi aveva fatto vomitare e andare in defibrillazione svariate volte mi aveva permesso di scendere senza rancore, anche se era solo un arrivederci. Le lacrime erano state assorbite dal pavimento del bagno in stile marocchino che senza momenti di tregua era sempre rimasto un po’ umidiccio e non facevo altro che continuare a scivolarci sopra e ricomiciare a riempirlo di oceani di emozioni. Le amicizie scomode si erano auto-eliminate, con non poche grane da sbrigare e tutto quel vuoto mi faceva pensare solo ad una cosa: il mio zaino da riempire!
Raju fu la prima persona che incontrai al mio arrivo in aereoporto, con un grande cartello con il mio nome, miracolosamente scritto bene: Natascia. Ha passato svariate distorsioni:
Natasciano ero in Thailandia, per il tipo senza denti con la maglietta del milan che mi lasciava le letterine con scritto “I love yu Natacsiano”. Avevo 19 anni, le faceva passare sotto la porta del mio bungaloow sgangherato a Phi Phi Island e contenevano fumo di ottima qualità. Che carino!
Natascìììììa in India ancora oggi.
Nata, Catascia, Catiuscia.
Cacascia, in sicilia chiaramente.
Natalia e Natasha in svariate parti del mondo.
E tenetevi forte… Natacho, potrebbe sembrare messicano, lo so, in realtà era il nome della prenotazione scritto sul tavolo in un ristorante di Viterbo.
Di solito quando arrivo da qualche parte, mi accaparro il taxi o Tuk Tuk6 meno costoso, dopo svariate contrattazioni e mi dirigo nella prima tappa più o meno definita nella mia mente. Quando prenoti un Panchakarma il tranfer dall’aeroporto te lo manda direttamente la Clinica, per avere gli orari e la tua sicurezza sotto controllo. Quindi non mi restava che riconoscere il mio nome e il Driver di turno. Raju aveva i tipici lunghi baffi neri, un panzotto che stirava la maglietta sul ventre e la faccia da furbacchione. Le due settimane in Clinica sono appuntate sul quaderno di viaggio, nei post-it qua e la in valigia e negli spazi bianchi delle pagine dei due libri che mi sono portata da leggere.
Pensavo di farne un articolo, ma credo che ne verrà fuori qualcosa come un “lungo metraggio” scritto, che forse nessuno pubblicherà e rimarrà tra le tante macchie di inchiostro e polvere nella mia libreria. Che tra l’altro non ho più, quindi ancor peggio! Il mio racconto avrà un destino umile e crudele sul pavimento di cotto antico della casa che ho preso in affitto.
“Non so più piangere” è il titolo del libro. Lo so, fa piangere.
Durante quelle settimane alla Ashtangam ho incontrato Barbara e Anna, due ragazze che come me avevano studiato 4 anni Ayurveda a Milano e 3 tranche da 2 settimane in India. Barbara era stata nel mio corso e fu una gioia rincontrarla. Eravamo cambiate. Quando incontri una persona che non vedi da anni, con cui hai condiviso momenti di crescita, facili e difficili, è come specchiarsi in uno specchio pulito, senza aloni e condensa. Vedi la maturità che hai acquisito attraverso la sua. Noti le sfumature di tutte le cose che hai imparato nella vostra espressione rilassata durante le chiacchierate e ti accorgi che lei mostra davvero bene. Allora sorridi riflettendo anche quel complimento su di te, ma poi lo smile allo specchio tira fuori tutte le tue rughe che ti dicono: “ ah bella, sarai anche matura, ma sei anche na’ vecchia!”
Minchia che palle! Mai na’ gioia!
Anna l’ho conosciuta quest’anno e dato che Barbara dopo pochi giorni è partita, abbiamo fatto coppia fissa fino alla fine della cura. Quando vai a fare Panchakarma sei “nuda” e ti si vede l’anima. I cambiamenti, le paure, i giorni di sconforto e di gioia eccessiva sono tutti espressi senza filtro. Le lacrime belle che ti purificano, fiondano fuori all’improvviso e non c’è vergogna perché si è tutti nella stessa barca!Ecco quelle a me non uscivano. La dottoressa Devi al 7 giorno, quando è venuta a farmi visita, si è seduta accanto a me sul letto, mi ha appoggiato la testa nel suo petto strabordante e mi ha detto in Inglese: “Piangi bambina, hai dovuto essere troppo forte in questi anni”. Una frase che avrebbe scatenato uno tsunami qualche mese fa!
Niente! Solo un soffocante nodo alla gola.
Come quando lasciai le chiavi di casa sul tavolo e la notte di capodanno, quando realizzai che era tutto finito.E diciamocelo, per una del cancro non saper piangere è cosa grave! Le avevo sentite sparire in quel dicembre pieno di aggiustamenti improvvisi. Adesso le cercavo ansiosa come aver perso una parte di me. Meglio una mano che le lacrime no? Almeno le avrei potute asciugare con l’altra.
Vi svelo un segreto: in India non serve conoscere il “vero inglese”, perché non ti capiscono!
Ricordo una sera con mio ex marito quando lui per fare il figo sfoggió il suo meraviglioso inglese per chiedere un tavolo per due al ristorante. Il cameriere lo guardó perplesso e gli disse qualcosa in Malayalam. Lui allora tentò con una frase ancora più forbita. Io me ne stavo lì dietro a sghignazzare. Quando pensai che poteva bastare, gli passai davanti e dissi “one table for two Ser” e lui tutto sorridente scrollò la testa mi fece la riverenza e rispose: “Yes Madame”.
Che stronza, lo so! Era divertente non passare da ignorantella quale ero, a volte come se poi fosse un bene, non sapere l’inglese, ma sapere l’indo-scrollo-inglese!
Anche pochi giorni fa quando sono andata al Bharath con Anna a festeggiare la nostra uscita dalla clinica (se così si può dire… almeno lei era contenta di uscire).
Le spiegai che il suo inglese, molto migliore del mio, l’uomo del il Tuk Tuk non lo avrebbe capito. Bastava ripetere “Brt Brt Brt” per farci portare al ristorante. Voleva farmi un video. Mi aveva aiutata a perfezionare il mio inglese contadino in questi giorni, ma adesso si poteva “tornare al quartiere” e ricominciare a giocare all’ indianina felice. Si accorse, mentre parlavo con la cuoca, che grazie ai miei evoluti neuroni specchio era l’atteggiamento a fare la differenza. Il “Sì” era un “No” con piegamento della testa sul lato. Orecchio spalla, orecchio spalla. Per il “No” mettevi la mano aperta davanti al petto come fosse un saluto e ripeti cento volte: “No, no, no, no”, al ritmo della mano. E se volevi aggiungere una scrollatina di testa non guastava mai.
La pronuncia non era come nell’ inglese britannico ma stretta, veloce, e c’era sempre una “L” di mezzo che ammorbidiva le consonanti. Anche le parole si ripetevano a manetta, ma più a manetta vai, più rischi di sembrare nervoso. È un giorno di balance. Mia cugina mi prende sempre in giro: quando incontriamo gente straniera dice che divento cretina perché li imito. Lei ride, e io cerco di fermare quell’istinto multietnico che mi pervade… come quando chiedi al millepiedi come fa a coordinare i passi, e lui non sa più camminare. Credo che nel mio DNA, se facessi uno studio genetico con le percentuali etniche del mio genoma, sarei come un puzzle di tutti i colori. E anche se mi vergogno e mi sento scema quando mi accorgo di farlo, in realtà questa cosa mi rende fiera. Col tempo ho lasciato che mi divertisse, e non poche volte mi è stato chiesto, ridendo, se fossi africana — il che ovviamente era una presa per il culo dato la mia pelle bianchiccia. Cubana, indiana, e così via.
È come essere a teatro, travestirsi e poter essere chi ti pare. Niente di più bello e paragonabile.
Ho il cuore pieno di questo popolo. Lo vedo perché adoro anche i suoi difetti. E io, quando amo i difetti, vuol dire che sono innamorata di quella persona.
Amo i “difetti” della migliore amica Sole, anche se a volte mi irrigidiscono. Tipo quando lei è muta per giorni e io non so che fare: passo momenti di overthinking a scrivere e cancellare, digitare il numero e poi evitare, pensare che forse le ho fatto qualcosa — e in quel caso sarebbe qualcosa di cui non ho idea — e mi arrovello fino a che le passa e mi scrive: “Ci vediamo?”
Negli anni ho imparato che è tutto normale. Amo sapere aspettare, amo sapere come prenderla, amo lasciarle spazio anche se io vorrei fare mille cose!
Amo i difetti del mio cane, tipo che quando piove e puzza tantissimo.
Quando torno a casa e lui è fradicio, faccio la ninja per evitarlo, e lui, come un rimbecillito con la lingua fuori, salta tirando acqua dal pelo a destra e a manca. Poi, quando entro e lo guardo dal vetro, rido. E lo amo.
Amavo i difetti degli uomini che ho amato, e poi sono stati i motivi per cui non li sopportavo più.
Una volta, alle superiori, quando la fatina dei denti aveva smesso di buttarmeli giù e si era, compassionevole, limitata a farmi prendere una tranvata o nel migliore dei casi a darmi un ceffone, l’incantesimo con quello che mi aveva spezzato il cuore per una biondina , era finito. Da un momento all’altro, lo guardai e pensai: “Ma che cazzo… ma son scema? Ma è un vecchio travestito da giovane, un palloso travestito da simpaticone, un destroide travestito da pacifista!” Vabbè, avete capito. Quando amo me ne accorgo perché amo i difetti.
Dell’India amo riconoscere gli odori schifosi. Mi fermo, e a volte mi viene lo sforzo del vomito, e mi dico: “Circolareee! Cosa stai qui a ciondolare in mezzo a questo fetore?” Amo le mandrie di gente che, come un fiume di rifiuti colorati e polverosi, invade le strade. E tu ti ci devi fiondare in mezzo per attraversare, per andare al tempio, per vedere cosa c’è un po’ più in là. Dell’India amo il modo disinvolto con cui la gente ti supera in fila e non ti considera. Il giorno che hai fretta e ti girano le palle, glielo dici, e loro semplicemente ti ridono in faccia e rimangono lì. I più “occidentalizzati” ridono e ti fanno passare. Non perché siano occidentalizzati, è chiaro, in quel caso nessuno ti farebbe passare se non almeno con un referto timbrato e firmato per la tua morte prossima. Nel senso, quelli che sanno più come siamo noi: nervosi.
Un’altra cosa simile che amo dei difetti indiani è che non sanno fare a botte. Una volta un “mio amico speciale” li imitava mentre si picchiavano, come cagnolini che nuotano, perché l’aveva visto in un video. Li ho difesi dicendo che non era vero, solo per patriottismo — da vera indiana. In realtà aveva ragione lui.
In India le risse sono una finzione. Messe in scena di diverbi in cui si agitano mani e urla che finiscono in risate e prese in giro. Il “police” di turno quando c’è da dividere qualcuno, si mette a fischiare con il fischietto come un bambino col permesso di esagerare! E poi se la ridono ad ogni “Piiiiiiiiii” assordante! (Questa non è mia ma del mio amico Ema).
Il difetto peggiore dell’India è che… si fa amare. Perché quando non nasci bello, simpatico e colto (come l’Occidente intende), ti devi inventare qualcosa. E in India si fanno amare.
Perché l’India è bella, è molto simpatica, ed è colta.
Forse ci simpatizzo perché mi sono sempre sentita come lei. Agli occhi esterni: esagerata, esuberante, colorata e “zozza di spirito”. Ma nell’intimità di chi mi vive e da chi mi sono lasciata scoprire, mi sono sentita bella, simpatica e pulita.
Peccato che la mia attenzione sia sempre stata rivolta all’ esterno, troppo su chi vedeva lo schifo, e poco su chi mi faceva un apprezzamento.
Forse quest’ anno l’India è ritornata anche per questo. Per ricordarmelo.
Per ricordarmi che lei si apre e si manifesta nella sua bellezza e accoglienza quando non viene giudicata, quando ti lasci andare per scoprirla, quando le vuoi bene.
E io sono così: difettosa e amabile come lei, con il potere di tener lontano i consumatori accaniti che vogliono depredare e comprendere l’animo e l’energia che la tengono in vita.
Come già ho scritto anni fa…
Arrivederci, casa.
1.La mano sinistra, in India, è di norma usata per l’igiene personale ed è considerata impura per svariate attività :
mangiare, donare cibo, salutare e compiere rituali religiosi. E’ un usanza profondamente radicata nella cultura.2.Nel simbolismo astrologico la Luna raffigura la madre e come è stata vissuta soggettivamente. Il sagittario, governato da Giove, è il segno del viaggiatore, della crescita e dell’ espansione. Avere la Luna in Sagittario può voler dire aver una madre incoraggiante, aperta, che ti ha spinto nel mondo. 3.www.natyeffettoloto.it 4.Medico, filosofo e autore, Deep Chopra nasce in India ed è noto per il suo approccio integrativo. alla salute, fondendo medicina occidentale, meditazione trascendentale e fisica quantistica. 5.Da Vid- , radice sanscrita : conoscere. I Veda sono i testi sacri più antichi dell’India alla base della religione Induista, dei saperi dello Yoga e dell’Ayurveda 6.Il tipico veicolo a tre ruote da noi chiamato: ape-car. Dietro ha sedili per i passeggeri, chiusi come la cabina davanti. Sono di colori accessi che spesso combinano il verde e il giallo, ma se ne possono trovare blu, rosa, flou, con scritte e lucine. La cosa più trash sono le pedane in pelo sul cruscotto , con appoggiate le statue di tutte le divinità e i loro cari.
Nataly Write
Dentro ogni viaggio ci sei tu! Commenta, fammi sapere dove sei e come stai!?




Sono dalla Lisa con il mio gin tonic, non so perché ho scelto di leggere solo ora il tuo racconto….ma ti odio, perché ho pianto e riso a squarciagola, e non sono in India dove non ti caga nessuno se fai la matta🫣
E non vedo l’ora che torni(si lo so che è molto egoistico), ma ho voglia di sentire dalla tua vocina altri mille racconti! E ho voglia di vederti ❤️