Il viaggio è fuggire o ritrovarsi?

Dalle prime sedute con la dottoressa M., la risposta sembrava essere sempre la prima: il viaggio come fuga da una storia finita, dai problemi, da una vita scomoda. Così, ogni volta che partivo, lasciavo a metà le nostre sedute. La dottoressa M. era certa che sarei tornata: sapeva quanto mi piacesse indagare la mia mente.

Eppure, ogni volta, questo viaggiare sembrava una fuga.

La dottoressa M mi ha aiutata, attraverso l’ EMDR, a comprendere quei traumi infantili a cui non diamo peso. Sembrano banali, a volte non vengono nemmeno ricordati, ma segnano profondamente il nostro modo di stare nelle relazioni, la scelta delle persone con cui condividere le parti più intime di noi.

Spesso, quasi sempre, le persone non indagano davvero.
Se va bene fanno qualche seduta di psicanalisi e pensano di aver risolto, si fermano lì.

Io non sono mai stata capace di “non scavare.”
E non so se sia un pregio, perché più si scava, più si sente dolore.
Più si scava, più ci si mette in discussione.
Più si scava, più si genera confusione.
Perché si scopre qualcosa che non si conosce, che a volte non si accetta e non ci piace dei noi.

L’ombra come la chiama Jung.

A 36 anni compiuti, dopo un susseguirsi di vagoni di dubbi che compongono il treno delle mie scelte, sono arrivata alla conclusione di poter dissentire con dottoressa M.: ” Il viaggio non è una fuga!”
Lo potrebbe sembrare e la fuga potrebbe esserne la scintilla, ma il termine usato dalla dottoressa racchiudeva un concetto di codardia. Al contrario del nascondersi, però, il viaggio ti scopre; invece di evitarti, ti pone di fronte alle difficoltà che devi superare per sopravvivere e, invece di silenziarti, ti costringe al confronto, mettendo però a tacere il rumore della mente.

Muoversi in terre straniere ci permette di stare nel presente, l’unico luogo dove estirpare la sofferenza e vivere la serenità di essere vivi. Questo è ciò che insegna ogni disciplina orientale che mira a sollevare l’animo. Viaggiare implica un atto di coraggio, così come guardarsi e ascoltarsi. I pensieri che nutrono l’idea di scappare nascono dallo stimolo a prendere le distanze da una routine frenetica ma, volontariamente o meno, il viaggio ti porterà proprio davanti al problema: che alla fine sei tu, così come ne sei la soluzione.

L’indifferenza è una fuga.
Dirsi “va tutto bene” quando non è così, è una fuga.
È un tentativo di distogliere l’attenzione dalla vera bestia che ci insegue: noi stessi.
Il viaggio (quello in solitaria ancor più) ti pone davanti a te stessa e, attraverso metafore fatte di luoghi e incontri, ti racconta chi sei, ciò che di te non ti piace, e ti consegna la responsabilità del tuo benessere.

Avevo poco più di 16 anni quando la dottoressa T. stava lì a osservarmi. Era come uno strutturalista d’altri tempi; cercava di scomporre i miei disturbi in ‘stanze’ e mi dava un compito per ognuna: guardarsi allo specchio, succhiare un limone, respirare. Durante un attacco d’ansia, mi chiedeva di fare cose che già facevo per istinto. Finì col consigliarmi i farmaci. Mia madre mi prese per mano e disse che in qualche modo avremmo fatto, ma non così. Oggi le dico grazie per non avermi permesso di vivere ‘distratta’ dagli psicofarmaci.

Il mio primo incontro con la psicologia mi rese riluttante verso la materia scientifica e curiosa verso tutto ciò che vi ruotava attorno. Sentivo che c’era di più. Andavo in iperventilazione in mezzo alla gente; non potevo stare in un luogo chiuso o affollato. Avevo paranoie per tutto, eppure ogni estate lavoravo sodo per pagarmi quel viaggio di un mese che mi avrebbe permesso di “scappare”, come disse la dottoressa M. dieci anni dopo.

Ho una storia per ogni luogo, vissuta con un presente così denso che, senza i miei diari, ricorderei solo i frammenti. Quei quaderni sono stati polverosi per anni nella libreria costruita da mio marito. Ultimamente il trasloco li ha riportati tra le mie mani, aprendo in me la voglia di ripercorrerli. Scorrendo le mie scritture scomposte fatti di lunghi monologhi, poesie, disegni e frasi solo accennate, come post-it, mi hanno dato il materiale necessario per rispondere alla domanda: “Il viaggio è fuga o ritrovamento?”, e per contraddire quella donna che per tanto ho ammirato e risponderle : “Dottoressa M. io non scappavo, mi stavo cercando !”

Aprendo quei ricordi è iniziato un altro viaggio dentro di me, attraverso quei viaggi custoditi troppo a lungo in un angolo.
Ripercorrendo i miei viaggi:

  • Grecia (17 anni): Scappavo dalla prima storia d’amore; oggi direi che mi staccavo da un ragazzo che mi tradiva. Al ritorno, lo lasciai.
  • Zanzibar (18 anni): Fuggivo da un amore difficile; tornata, capii che era troppo difficile.
  • Marsa Alam (19 anni): A lavorare per un animatore che, al primo bacio, non mi piacque affatto. Non era una fuga, era una rincorsa.
  • Thailandia (20 anni): Fuggivo dal controllo e dai dogmi di cui avrei scoperto solo dopo essere intrisa.
  • Cuba (21 anni): La storia d’amore più bella, un romanzo.
  • Messico-Cuba (22 anni): Fuggivo per evitare un matrimonio che in quel momento avrei desiderato, ma il mio campanello d’allarme suonò poco prima dello schianto.
  • Nuova Zelanda (24 anni): Forse fuggivo da un’amicizia trasformata che non mi permetteva più di capire me stessa. Un viaggio per ricordare chi fossi, lasciando andare chi non mi apparteneva più.
  • India (25 anni): Verso un sogno. Trascinai il mio giovane fidanzato in un continente che avevo sognato per tanti anni senza sapere perché, ma curiosa di cosa quel richiamo volesse mostrarmi.
  • Costa Rica (25-26 anni): Primo viaggio da sola; scappavo da un amore giovane di cui avevo il pieno controllo.
  • Colombia e Panama (26 anni): Scappavo da me? Eppure mi sembrava di andarmi a cercare.
  • India (27 anni): Cercavo risposte per crescere. Prima esperienza di Vipassana a Dharamsala.
  • India e Malesia (28 anni): Primo corso di Ayurveda in Kerala. cominciai a sentirmi perfettamente a mio agio con i locali e con una cultura apparentemente cosi distante da noi. A Rishikesh durante il corso di Ashtanga Yoga compresi quanto casa fosse un porto sicuro ed era forse arrivata l’ora di costruirne una, ma in Malesia rimisi in dubbio quella necessità di certezze.
  • Indonesia (29 anni): Scappavo dalla paura di una vita stretta e trovai la paura vera: lo tsunami e l’ansia che come due onde all’unisono mi sovrastarono. Cominciai a perdere la mia rivoluzione, “troppo strana era ora di mettere la testa a posto” :parole non dette che pesavano come macigni sulle spalle. Cercai allora di adattarmi a una vita “tranquilla”, ma durante il secondo Vipassana a Giacarta  capii che qualcosa non andava.
  • India (30 anni): Primo anno di scuola alla SNA. Tutto ciò che imparavo metteva in discussione le mie scelte. La liberta e il troppo movimento mi squilibravano (vata) e la stabilità pacificava i miei dosha. I maestri, le istruzioni, i testi, tutto mi parlava la stessa lingua: dovevo fermarmi!
  • Guatemala e Belize (31 anni): Mi ero convinta che un rapporto stabile mi avrebbe resa felice. Sembravo “giusta”e meno pazza.
  • India (31 anni): Secondo anno di scuola alla SNA. Da sola da Amma, sentii di nuovo il peso delle catene che mi ero autoimposta. La parte sinistra del corpo iniziò a irrigidirsi; l’ansia mi divorava. Pensavo ci fosse qualcosa di sbagliato in me e mi davo ancora più regole.

Poi il COVID: chiusura, stabilità forzata. Decisi di sposarmi con un ragazzo abitudinario che avrebbe dovuto placare la mia “follia”. Dimagrivo e con me le mie radici, che invece di piantarsi e rafforzarsi si indebolivano e scricchiolavano.

  • Namibia (2022, 34 anni): Il deserto che tanto mi spaventava per quel senso di vuoto e spazio, mi placò. Sentii la terra sotto i piedi e la mia vera natura riaffiorò: non erano le regole a farmi stare bene, ma la terra e il respiro. Il fuoco che divampava e chiedeva di esplodere.
  • India (2022-23, 35 anni): Terzo anno di scuola e primo Panchakarma alla SNA e terzo Vipassana in Italia. Vidi chiaramente che io e mio marito ci stavamo forzando a essere ciò che non eravamo. Ne parlammo così tanto da non aver più nulla da dire. La sua struttura chiedeva solo di non smuovere acque, primo poi quello stagno , diceva, sarebbe rifiorito. Ma non potevo più raccontarmi quella storia, sapevo che l’acqua stagnante imputridisce. O sei un fiore di Loto o vieni risucchiato dalla melma e magiato dalle zanzare.  Infine ci separammo.
  • Marocco (2024): Tutto crollava. Divorzio, amicizie instabili, dubbi. Scappavo? No, non scappavo più e forse non ero mai scappata.
  • Capo Verde (2025): Ho imparato ad accettare le diversità di chi amo e le mie parti scomode, con gentilezza. Anche qui c’è un diario di viaggio. Inizia parlando delle isole spezzate qua e la che parevano la mia anima.
    Un anima apparentemente separata, distrutta, ma che dall’ esterno appariva come tanti pezzetti verdi , piene di vita che componevano un solo cuore, una cultura, un entità. Non c’era più nessuna convinzione. Accettando e condividendo durante quel cammino con la mia miglior amica , le sue parti diverse dalle mie, senza reagire, ma con comprensione, forse stavo proprio accettando quell’ombra di me con dolcezza.
  • Thailandia (2025): Dopo il divorzio, sono tornata intera. Ho avuto paura di viaggiare di nuovo sola, ma ho ritrovato la me stessa di 16 anni prima, libera e senza aspettative. Il massaggio Thai mi ha fatto sentire di nuovo viva: terra, acqua, fuoco, aria e spazio, finalmente. La parte sinistra sta meglio e l’ansia compresa , fa capolino ma senza fare le bizze.
  • India (2026): Sono qui per il secondo Panchakarma. Non ho più tensioni fisiche, né ansia, né irregolarità. La dottoressa Devi mi ha chiesto: “Cosa vuoi?”.

“Non ho più casa, marito o doveri.

Sono una donna libera, in India.

Voglio nutrire corpo e mente per la mia nuova vita”.

E il viaggio è iniziato.

La mia critica alla “Fuga” è un punto fondamentale della psicologia del viaggio. Spesso chi resta etichetta chi parte come “codardo” perché non affronta la realtà quotidiana. Ribalto questa visione: restare in una situazione che ci fa male (l’indifferenza, il “va tutto bene”) è la vera fuga. Il viaggio, specialmente quello in solitaria, è un atto di esposizione brutale a se stessi.
Il nostro corpo diventa una bussola: La somatizzazione (la parte sinistra rigida, la digestione, l’ansia) mi ha “parlato” per anni, cercando di dirmi che le radici che cercavo di mettere erano gia dentro di me e invece di nutrirle e farle crescere le inaridivo e appesantivo.
Il viaggio diviene un’evoluzione, un passaggio dalla “fuga da qualcosa” (i ragazzi, la famiglia) alla “ricerca di qualcosa” (l’Ayurveda, il Vipassana, la libertà) che segna una maturazione fondamentale per essere sereni in questa vita.

Non sono più “Le pippe mentali di una donna” e questo era l’ultimo articolo di questo Blog!

Ti auguro di viaggiare, fuori e dentro di te!

 

Nataly Write

 

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One Comment

  1. Martina 10 Gennaio 2026 at 8:04 - Reply

    Bellissimo ❣️

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