Quando la gelosia diventa patologica?
Una puntura improvvisa, uno spillo a lacerarmi la coscia.
Mi svegliò da quei pensieri che, come polvere, si insinuavano nella mia mente e scendevano fino agli occhi, facendomi vedere solo sabbia.
Una vespa, come a volermi risvegliare da quei pensieri ridondanti che mi stringevano in un abbraccio soffocante. Non volevo lasciarli, ma mi costringevano il petto fino a togliermi il respiro. Erano così potenti che era bastata la puntura di un esserino a cancellare tutto, a togliere le catene e il grigiume.
A volte basta un terremoto così lieve per far crollare la montagna di immondizia che, putrida, non ci fa respirare, ci intossica e ci ammala.
Ci raccontiamo sempre che l’essere umano, attraverso la ragione e tutto ciò che ne è conseguito, sia migliore degli altri animali, delle “bestie”. Ma non diciamo mai quanto questo abbia sviluppato la capacità di autodistruggersi da dentro. Anche se lo abbiamo capito tanti anni fa. Soprattutto i potenti del denaro, del marketing, che giocano alla distruzione di massa attraverso l’insinuazione della paura, del conflitto, della diversità.
Assorti, annebbiati, convinti, ci muoviamo come zombie, talmente ottusi e imbambolati che basterebbe un risveglio improvviso, come quella puntura, per arrestare la nostra discesa.
Esistono due macro-categorie nelle relazioni umane. Ci sono “i forti d’animo”, che aiutano, ascoltano, si sentono in colpa, si mettono in discussione, si arrovellano in pensieri che aumentano il battito cardiaco e ti abbracciano in dolci nenie soffocanti, e soffrono. E la seconda categoria: quelli “forti di ragione”, che prendono, interrompono, hanno ragione, accusano, si arrovellano in pensieri che aumentano il calore interno, esplodendo in collera urlante o, peggio ancora, indifferente, e soffrono.
Non c’è motivo di raccontarci a quale categoria apparteniamo, perché non c’è reale serenità né nell’una né nell’altra, e molto probabilmente siamo passati in entrambe. A volte le incarniamo tutte e due, a seconda che le relazioni che viviamo siano succubi o di potere. Sempre il potere. Il potere che ci illude di essere migliori e ci distacca dalla reale consapevolezza di cosa siamo, di cosa potremmo essere se solo una vespa ci sorprendesse e, con un balzo improvviso, rompesse la catena rimuginante del nostro cammino.
La storia di Marijane e Thomas
Quando la gelosia non è una sana paura di perdere, ma nasce da ferite primordiali di abbandono e insicurezza? Quante volte porta a distruggere il rapporto e, quante, l’identità dell’altro?
Facciamo ordine. La parola “gelosia” deriva dall’antico “zeloso”, che a sua volta proviene da “zelo”, il cui significato è: appassionato, desideroso, spesso legato alla competizione. Ed è proprio da questa competizione che nascevano le sgraziate considerazioni di Thomas su amici, conoscenti e, a volte, persino passanti. Poteva riversarsi su chiunque Marijane, distratta, posasse lo sguardo per uno dei suoi svariati interessi: un uomo seduto che stava leggendo un libro, i pantaloni che indossava, un semplice difetto o, il più delle volte, la storia che si faceva in testa per allenare il suo “potere sensitivo”.
Solo che ogni volta che accadeva, sebbene Thomas la conoscesse bene e in tempi non sospetti amasse quella sua curiosità spettinata e disattenta, cominciava comunque a inventarsi motivi assurdi per sfinirla di domande fino al litigio.
Per non parlare degli amici. Se Marijane sentiva un suo amico, doveva ricordarsi di informare Thomas perché, qualora non lo avesse fatto, lui andava su tutte le furie. Se la persona era un conoscente con cui si era scambiata quattro chiacchiere a un incontro di lavoro o ad un evento, doveva sicuramente avere i peggiori difetti del mondo e, di conseguenza, lei era una stupida per aver mostrato interesse nel dialogo. Insomma, non era una questione di persone o personalità, ma di maschio o femmina.
Il maschio alfa si sentiva minacciato da chiunque le camminasse affianco, meglio se bello, almeno era all’altezza (ma non succedeva quasi mai). Una vera e propria competizione, oltre che una necessità di controllo e possesso.
Se Marijane lentamente si fosse lasciata controllare, sarebbe passata dal compromesso al sacrificio. Se Marijane avesse lavorato su di sé, sarebbe passata dal compromesso alla separazione.
Marijane era stanca di essere accusata per aver mandato un sms “sbagliato”, per non essere stata al suo posto, di ricevere distacco e indifferenza per aver espresso un’opinione, e al contempo accettare di vederlo andare senza lei per la scampagnata della domenica, con gli amici per la partita del mercoledì, o venerdì o sabato, di sentirlo rientrare tutte le sere dopo cena con la speranza che “andasse tutto bene”. Lei si raccontava ad alta voce che era un buon uomo, un lavoratore e doveva esserne contenta, ma nel suo istinto batteva una voce continua che le diceva che tutto ciò non era sano, reale, pulito.
Viveva in lei un silenzio in cui cercava di accettare i tempi e la vita di Thomas e un forte senso contrastante che la solleticava fino al dolore: il dubbio che lei stesse vivendo la vita di lui e non la propria.
Spesso lui le teneva il muso e se la prendeva per cose stupide proprio prima di passare giornate intere fuori, così la liquidava rigido. Le lasciava, Dio solo sa perché, un senso di colpa, per punirla con il mutismo selettivo per tutto il giorno.
Erano passati lunghi periodi di rabbia. Le bruciava quel senso di ingiustizia che sentiva cuocere dentro lo stomaco. Poi, un mattino , al risveglio, che pareva come tanti altri, prese una decisione: questo suo gioco da bambino maledetto sarebbe diventato il suo allenamento quotidiano. Lo osservava e dentro di se tristemente sorrideva. Non sempre; a volte ci voleva una vespa o un evento a disturbarla per sorridere. Le rughe intorno alla bocca solcavano il viso quando quel momento di rottura tardava ad arrivare e la maschera della tristezza le si appiccicava alla pelle. Una pelle che assorbiva, e più faceva resistenza, più bruciava.
Col tempo uno di quegl’ allenamenti era diventato “non resistere” a quella tristezza: accettarla, giocarci a teatro, e finito lo spettacolo, riporla nel guardaroba senza provocarsi graffi né scottature. Imparava, e più imparava, più la speranza di una svolta si addormentava. Più quella speranza si addormentava, più cresceva la certezza che senza lei al suo fianco nemmeno tutto il resto sarebbe stato così bello come voleva farle credere. Nutriva la speranza folle che lui se ne accorgesse prima di distruggerli, di distruggersi.
Il “Leone ferito” e la perdita di sé
Spesso Marijane scambia il sintomo della gelosia per l’attenzione che l’altro le dà, per il segnale che “ci tiene” ed inizialmente ne è entusiasta: ha una forte necessità di considerazione.
All’inizio, infatti, le insicurezze dell’uomo alfa si nascondono dietro maschere sicure, spavalde e quasi soddisfatte nel vedere che la ragazza con cui inizia la relazione è notata e apprezzata a livello sociale.
Quando la confidenza aumenta e la tranquillità emotiva relazionale dovrebbe prevalere, proprio nel momento in cui lei accetta che le proprie riflessioni sono solo paranoie (“dov’è stato fino tardi?”, “lavorerà così tanto?”, eccetera…), proprio quando lei decide di conviverci e fidarsi per vivere serenamente il loro sentimento, esce lui: il “leone ferito” .
Il leone che deve proteggere il suo regno, in cui Marijane non ha scelto di entrare.
Lei pensava stessero camminando uno accanto all’altra, e non si è accorta che lui la stava portando nella sua zona di comfort, dove ci sono uomini che lui reputa antilopi stolte da mangiare, scimmie ridicole, uccelli scemi e via dicendo.
Il regno animale maschile è tutto compromesso dal punto di vista di Thomas e, nonostante questo, lei non può farsi amici.
Aspetta, ho esagerato. Può farsi amici, ma deve dichiarare quando li vede, cosa gli dice e ogni contatto da lì in poi.
I conoscenti sono meno accettati perché “non hanno senso”. Neppure le persone o gli animali maschi che condividono le sue passioni.
Perché Marijane è meravigliosa per il suo Leoncino proprio per i talenti che possiede, ma li deve manifestare solo con lui.
Cioè, mi spiego: se è una ballerina può fargli uno spettacolino tutte le sere. Se ambisce a essere poetessa può recitargli la filastrocca già con lo zainetto in spalla, come quando la mamma gliela chiedeva la mattina prima di uscire e l’avevano studiata insieme la sera prima. Se le piace cucinare, può fargli meravigliose cene a lume di candela e, se gli va, ogni tanto invitare anche gli amici, a patto che non siano scimmie, uccelli o antilopi che lo annoiano (ma ogni possibile invitato ricadrebbe in una di quelle categorie).
Il cimitero degli elefanti e la rinascita della Regina
Se ti sottoporrai alle sue regole, piano piano finirai semplicemente nel cimitero degli elefanti, nel dimenticatoio per le sue ossa, ormai talmente piccole da sembrare rametti sotto i crani mastodontici.
Perché ossa piccole e fini? Certo, in rapporto a quelle dei grandi mammiferi, ma in realtà per un altro motivo.
Avvicinati con l’orecchio, lo dico piano, fa venire i brividi:
quando perdi il contatto con il Sé, la tua essenza, i tuoi bisogni, la tua autenticità, crei dei cortocircuiti nella rete neuronale di relazioni che, nel tuo cervello, hanno formato la tua personalità. Le spegni una dopo l’altra, come se vedessi improvvisamente Manhattan perdere un vicolo dopo l’altro nel buio.
Lì, in quel buio, il nutrimento emotivo viene a mancare e il sistema neurovegetativo si rattrista.
E cosa fa un essere vivente che si rattrista? Si accartoccia, si secca, si asciuga e… muore.
Così le i tessuti, prima polposi, poi i legami e infine la struttura portante si dissolvono.
Ecco perché la nostra struttura ossea, se decidiamo di assecondare il Re, diventa nient’altro che un ammasso di stuzzicadenti per giocare a Shanghai.
Nel caso, invece, mentre lui ti conduce fuori strada, tu sei quanto meno accorta. Tracci mentalmente una mappa di simboli e segnali che ti possano riportare a casa o segnalare quando sei vicino a un pericolo già passato.
Ecco, in quel caso, il Re non si rende conto che ti sta lasciando lo spazio e l’autorità per diventare Regina.
Come ci si accorge se stai andando verso la radura o verso il trono?
Lui aumenta la possessione e la gelosia ogni volta che ti mostri più indipendente, però… poi chiede scusa, o molla.
Quando sarai al punto che non avrai più paura di essere te stessa, e di ciò che ti va di fare, dire, essere (magari avrai paura di lui, ma questo è un argomento delicato e dovresti segnalarlo a chi ti è vicino), allora sei sulla strada giusta!
Nella storia di Marijane il bisogno di attenzione e di potere di Thomas lo rendevano un bambino rinchiuso in un corpo di uomo, dalla corazza indistruttibile sporca d’inchiostro.
I segni del tempo lo mostravano adulto e le cicatrici lo facevano apparire forte e affascinante agli occhi di Marijane, fragile e tremante fino a che non ha deciso di reagire.
L’ha sempre fregata il fatto di vedere oltre, di vedere dentro. Come se l’empatia fosse una condanna invece che un pregio.
O forse non è stata una fregatura, forse le ha sempre insegnato qualcosa, su se stessa.
Osservarlo spezzare, settorializzare i rapporti, dividerli, allontanarli, per mettere ogni persona in una bolla in cui solo lui poteva entrare ed uscire e da cui gli altri non potevano vedere all’esterno e non potevano seguirlo, faceva quasi tenerezza. Invece di godersi quello che aveva Thomas tentava di avere potere su tutto.
Forse questo suo gioco, lo rendeva stanco e irritabile nonostante gli desse la sicurezza di avere il controllo.
Un controllo che, piano piano, avrebbe perso continuando a vagare nel tempo tra bolle vuote, dove avrebbe continuato a vedere, le immagini di un tempo che, oggi, gli stavano scappando.
Qualche personaggio morirà in quella bolla, altri se ne andranno, e il suo dolore non gli permetterà di chiedersi: “Dove ho sbagliato?”, ma lo condannerà a vagare in un paesaggio apocalittico fatto di fantasmi e nostalgia.
Marijane è dentro una di quelle bolle, scoppiata da quella puntura di vespa che le è parsa dolorosa, ma di cui ha già dimenticato il dolore. Chissà se lui vorrà guardare oltre, se trasformerà questo videogioco nella vita vera, prima che lei se ne vada da questa casetta illusoria, ben arredata e confortevole solo al filtrar del sole.
Per ora si siede buona, nasconde il buco che già le permette di respirare, e mi ha detto rimarrà ancora un pò ad osservare che succede, poi uscirà di notte, con le lacrime che disegnano la storia di chi ha dato tutto nell’ attesa di un cambiamento che non arriverà se lei rimane a quelle condizioni. Deve cambiare strada per se stessa e perché Thomas , come lei, ha in sé tutto il potenziale per diventare una persona migliore , da solo. Scoprendo che anche le antilopi , le scimmie e gli uccelli possono insegnare qualcosa ed essere una buona compagnia. Scoprendo che l’essere umano non è fatto di maschi e femmine , ma di persone. Che il rispetto e la gentilezza nutrono l’amore e la paura e l’odio solo paura e odio.
Io attendo con lei, nel rispetto dei propri tempi il suo prossimo passo verso Sè stessa e un amore che nutre, sostiene e regala, con quel pizzico di gelosia che si manifesta in modo dolce anche quando si perdono le staffe.
Ti sei mai sentito/a come Marjane? Hai mai vissuto una relazione in cui hai perso pezzi di te? Ti va di raccontarlo?
E condividere insieme “Le pippe mentali di una donna”?
Nataly Write


