“Quando abbiamo smesso di rischiare e abbiamo cominciato ad avere paura? “
“Quando ho smesso di avere il coraggio di un tempo? “
O forse la domanda migliore sarebbe: quando ho iniziato ad adeguarmi e ho smesso di riflettere su ciò che realmente mi rendeva felice?
C’è un momento, da bambini, in cui la ferita di adattamento plasma il nostro carattere e distorce il canale emotivo, conferendogli una forma che ci renderà più o meno sensibili al giudizio degli altri e a quello che pensiamo di noi stessi.
A seconda di come viviamo il rapporto con i genitori o i caregiver, questo influenzerà i nostri comportamenti da adulti.
Tra questi, oltre a quello sicuro, Mary Ainsworth descrive anche l’attaccamento ambivalente e quello evitante, in cui il bambino non riconosce il genitore come una “base sicura” e si affida solo a se stesso.
Così facendo, cresce insicuro e con una bassa autostima.
Questo potrebbe farlo apparire sicuro di sé, ma si porterà dietro ferite nel corso della crescita.
Le favole e i film a lieto fine ci insegnavano a non avere paura.
Quando un bambino si addentrava nel bosco, alla fine riusciva sempre a uscirne.
Gli insegnamenti ci incoraggiavano a rischiare per amore, a sbirciare dietro quella porta chiusa disobbedendo alle regole.
Ci motivavano a sognare e a inseguire quei sogni con determinazione.
Un tempo amavamo il lieto fine; nel dopoguerra, c’era il desiderio di vedere che le cose potessero migliorare.
Poi ci siamo stancati di tutti i romanticismi e le smancerie, e adesso un film che finisce a lieto fine è banale, quasi ci annoia.
Non ci rendiamo conto che le trame che finiscono male alimentnoa la nostra paura.
Storie di pettegolezzi, salute, amori finiti e catastrofi aumentano la nostra ansia.
Prima potevamo solo leggerle nei libri, poi abbiamo cominciato a vederle in TV, e adesso scorrono davanti ai nostri occhi alla velocità della luce, secondo dopo secondo, sui social. Come possiamo pensare di non essere pregni di immagini che ci spaventano?
Proiezioni future che ci spaventano, e ogni volta che una situazione della nostra vita diventa simile a un film o a una storia, proviamo paura.
Da questo scatta l’esigenza di controllare tutto, e più aumenta questa necessità, più ci concentriamo sugli aspetti esterni.
Non dobbiamo oltrepassare i confini; più rimaniamo all’interno di questi limiti, più ci infiliamo in schemi mentali rigidi.
Questo meccanismo si autoalimenta: diventiamo sempre più rigidi, fragili e chiusi, rendendoci facilmente controllabili.
Non siamo più in grado di ascoltarci, poiché la nostra attenzione è proiettata verso l’esterno e ci affidiamo a soluzioni esterne, come la pubblicità e le illusioni, non sentendoci capaci di fare scelte consapevoli.
Abbiamo paura e abbiamo perso il coraggio di rischiare, di andare oltre ciò che ci viene imposto, verso ciò che ci fa stare bene.
La società ci ha insegnato che essere se stessi può essere punito, sia mentalmente che socialmente.
Viviamo in un’epoca in cui la paura è diventata una compagna costante.
Notizie, social media e conversazioni quotidiane sono cariche di racconti che alimentano le nostre ansie.
La paura di fallire, di essere giudicati o di non essere all’altezza delle aspettative degli altri ci blocca.
Così, ci rifugiamo in una zona di comfort, evitando qualunque rischio.
Questa sicurezza apparente ha un costo: ci rende rigidi, fragili e incapaci di adattarci ai cambiamenti.
Abbiamo perso la capacità di ascoltare noi stessi e di fidarci delle nostre intuizioni, non riuscendo più a prendere decisioni autonome.
La paura ci ha privato del coraggio di essere noi stessi, di vivere in modo autentico.
Dovremmo capire che il lieto fine non è banale, ma rappresenta un segno di speranza e possibilità.
Solo così possiamo liberarci dalle catene della paura e vivere una vita piena e autentica.
Quando qualcuno vicino a noi muore o vive intensamente,
sono proprio questi due momenti a ricordarci che vale la pena
essere veri con noi stessi e rischiare!
Per il resto del tempo vi sembreranno solo le solite pippe mentali di una donna.
Nataly Write


